Portare la cultura in televisione senza renderla distante dal pubblico, raccontare il teatro in un momento in cui la tecnologia sembra occupare ogni spazio e continuare a dare voce a libri, spettacoli e grandi protagonisti della scena italiana. Sono alcuni dei temi affrontati da Pino Strabioli nell’intervista a SuperGuidaTV.
Intervista a Pino Strabioli, conduttore di Caffè Italia in onda su Rai 3
Il conduttore, attore e regista è tornato su Rai 3 con Caffè Italia, questa volta al fianco di Greta Mauro. Un incontro professionale che permette di mettere insieme due sensibilità diverse: da una parte lo sguardo giornalistico della collega, dall’altra l’esperienza di Strabioli, che da oltre trent’anni vive il mondo del teatro e dello spettacolo.
Nel corso della conversazione, Strabioli ripercorre anche alcuni incontri che hanno segnato la sua vita, da Franca Valeri a Gigi Proietti, passando per Paolo Poli. E riflette sul futuro della televisione culturale, sulla tecnologia e sul sogno di trasformare il programma in un appuntamento quotidiano.
Pino, è partita la nuova stagione di Caffè Italia su Rai 3, al fianco di Greta Mauro. Che cosa rappresenta per te questo nuovo capitolo professionale e che cosa vorresti che il pubblico trovasse in questo salotto televisivo?
Il nuovo capitolo professionale è soprattutto l’incontro con Greta. In passato avevo già condotto da solo un programma chiamato Caffè, all’interno di Uno Mattina. Questa nuova versione mi stimola perché mi permette di condividere uno spazio dedicato alla cultura con una collega come lei.
Credo sia importante parlare di cultura con un linguaggio divulgativo, leggero e non professorale. Non ci mettiamo in cattedra: vorremmo che fosse una piccola isola felice, uno spazio in cui informare e incuriosire il pubblico attraverso le grandi mostre, lo spettacolo dal vivo e tutte quelle passioni che, in modi diversi, legano me e Greta.
Lei ha un taglio più giornalistico, essendo una giornalista, mentre io mi avvicino allo spettacolo da una prospettiva diversa: faccio teatro, mi occupo di regia, scrivo e vivo questo mondo prevalentemente da oltre trent’anni. Credo che sia proprio questa diversità a rendere interessante il nostro incontro.
Da dove nascono le idee per gli argomenti da portare in puntata? Quanto contano le tue curiosità personali?
L’ispirazione arriva soprattutto dal mio mondo e dalle mie curiosità. Penso, per esempio, alla rubrica dedicata ai teatri storici italiani. Nella prima puntata ho celebrato la riapertura del Teatro Valle.
In un momento in cui tutto sembra legato alla tecnologia, alle immagini e alla visualizzazione, mi piace raccontare i teatri, la loro storia e un mondo che considero indistruttibile e intramontabile. Il teatro continua a esistere e non mi sembra che il web e le nuove tecnologie siano riusciti a scalfirlo.
La carta stampata sta attraversando un periodo difficile, mentre il teatro continua a richiamare pubblico. Ci sono dati, anche quelli della SIAE, che raccontano una realtà importante: si producono molti spettacoli e intorno al settore esiste un indotto economico significativo. È un mondo che va sostenuto.
C’è poi il valore dell’esperienza dal vivo. A teatro condividi una serata con altre persone che hanno scelto di assistere allo stesso spettacolo. È una forma di comunità che trovo preziosa.
Le idee arrivano anche dai libri. Sto leggendo qualcosa, un autore mi colpisce e penso che sarebbe bello parlarne in trasmissione. Avendo condotto il Premio Strega, per esempio, mi ritrovo a leggere ogni anno i libri finalisti e a chiedermi quali meritino di essere raccontati al pubblico. Poi condivido le proposte con il gruppo di lavoro e insieme valutiamo come svilupparle.
Hai citato la tecnologia. Come guardi all’intelligenza artificiale, soprattutto pensando al lavoro di chi si occupa di televisione, scrittura e spettacolo?
Non l’ho capita, non la giudico e non la condanno, ma non la esalto neppure. Ogni tanto, insieme ad alcuni amici che la utilizzano e la conoscono meglio di me, provo a digitare delle richieste. Mi capita di trovare errori grossolani quando cerco informazioni.
Poi sento dire che si può addirittura diventare scrittori e scrivere un libro con l’intelligenza artificiale. Questa cosa, lo ammetto, mi fa un po’ impressione, quasi riprezzo.
Per ora la considero uno strumento che conosco poco. All’inizio ero diffidente anche nei confronti dei social network, di Instagram e delle altre piattaforme. Poi ho capito che, quando vengono utilizzati in modo sano, possono offrire dei benefici.
Nel mio lavoro mi piace incontrare le persone, parlare con loro, costruire un rapporto umano. L’idea di confrontarmi con una voce che non è umana mi fa un certo effetto. Inoltre, ho visto circolare notizie che mi riguardavano e che non erano assolutamente vere. È anche per questo che preferisco essere prudente: non voglio dare un giudizio definitivo su qualcosa che non conosco abbastanza.
Quest’anno il programma può contare anche sulla collaborazione con SIAE. Quanto è importante poter attingere a un patrimonio di questo tipo?
SIAE è una realtà fondamentale, che tutela gli autori e un intero settore. Ha un archivio meraviglioso, dal quale si può attingere, e custodisce una storia che per noi rappresenta una grande ricchezza.
Quando abbiamo raccontato il Teatro Valle, per esempio, ci hanno fornito delle locandine bellissime. In un altro momento ho reso omaggio a Renata Tebaldi, la grande soprano, e anche in quell’occasione abbiamo potuto utilizzare immagini preziose.
SIAE custodisce una parte importante della storia culturale del nostro Paese, non soltanto quella legata alla scrittura. È una miniera di materiali, un po’ come le Teche Rai: un patrimonio che può aiutare a raccontare il passato e a renderlo accessibile al pubblico di oggi.
Nel corso della tua carriera hai incontrato personalità straordinarie. Penso, per esempio, a Franca Valeri e Gigi Proietti. C’è qualcosa che questi due artisti ti hanno insegnato sul mestiere?
Con Franca ho avuto un rapporto importante, anche di amicizia, e sono stato onorato di salire sul palco con lei. Era una donna straordinaria, che ha attraversato un secolo intero: nata nel 1920 e scomparsa nel 2020, ha vissuto cento anni di storia, di impegno, di lucidità e di lungimiranza. Ha attraversato momenti difficilissimi, dalle leggi razziali alla guerra, conservando una capacità di guardare al mondo che mi ha insegnato moltissimo. Mi manca molto.
Con Gigi Proietti non ho mai lavorato sul palcoscenico e non sono uscito dalla sua scuola, come tanti altri attori. Eppure ho avuto modo di incontrarlo, intervistarlo e trascorrere del tempo con lui. Gigi rappresentava l’intelligenza e la cultura. Era un uomo coltissimo, capace di trasmettere pensieri e contenuti importanti con una leggerezza che gli permetteva di arrivare a tutti. È una qualità che considero fondamentale anche nella divulgazione.
Oggi ho l’onore, grazie a Carlotta Proietti, di essere presidente del Premio Gigi Proietti. La famiglia ha voluto istituire un riconoscimento che premia e sostiene, anche economicamente, attori affermati e giovani, registi, scenografi e autori. È bello poter contribuire a mantenere vivo il ricordo di Gigi e continuare, in qualche modo, il rapporto con lui. Anche quello con Franca continua attraverso il teatro. Sono in tournée con uno spettacolo, Benedico 4, nel quale racconto lei e altri grandi protagonisti della scena italiana, come Paolo Poli, Valentina Cortese e Dario Fo, attraverso i miei ricordi.
A proposito di Paolo Poli, lo hai definito una guida nel teatro e nella vita. Che cosa ti ha lasciato?
Mi ha insegnato ad avere un atteggiamento sano nei confronti del mestiere dell’attore. A non indulgere troppo nelle frustrazioni, a saper scegliere, a non rinunciare alla propria coerenza e a restare in contatto con se stessi e con il pubblico.
Paolo è stato una persona unica. Ha vissuto con grande libertà, anche in un’epoca in cui dichiarare apertamente la propria omosessualità richiedeva coraggio. Ha fatto un teatro rivoluzionario, libero, senza piegarsi necessariamente al potere o ai suoi meccanismi.
Mi ha fatto capire che è possibile essere liberi anche senza cercare continuamente l’approvazione di qualcuno. È un insegnamento che vale sul palcoscenico, ma anche nella vita.
Nel 2025 hai portato in scena Carta straccia, ispirato all’universo delle Sorelle Materassi. Che cosa ti ha conquistato di questa storia di legami familiari, solitudine e desideri?
È uno spettacolo che riprenderò in questa stagione insieme a Sabrina Knaflitz. Partiremo da Rimini e lo porteremo in tournée fino a dicembre.
La storia, scritta da Mario Gelardi, si ispira al mondo di Palazzeschi, un autore di cui sono innamorato. Sono stato io a suggerire questo riferimento perché considero Le sorelle Materassi un capolavoro.
Raccontiamo un fratello e una sorella, due persone semplici, la cui vita viene sconvolta dall’arrivo di un nipote, Remo. Nonostante l’età, si ritrovano a fare i conti con il desiderio, l’innamoramento e l’erotismo.
È una storia che mi ha fatto riflettere su quanto certe solitudini continuino a esistere, forse oggi ancora più di prima, e su come alcune dinamiche umane si ripetano nel tempo. Sullo sfondo c’è anche un momento storico e politico complicato. Ma c’è soprattutto una grande tenerezza, insieme a un gioco teatrale che trovo molto divertente.
Nel 2025 avevi parlato pubblicamente della chiusura del precedente Caffè, il programma che conducevi su Rai 1. Quanto è importante continuare a difendere gli spazi dedicati ai libri, allo spettacolo e alla cultura?
Non mi considero un combattente, ma penso che questi spazi vadano tutelati e che si debba insistere perché continuino a esistere. Io, nel frattempo, porto avanti le cose che mi piacciono. C’è il Premio Strega, per esempio, e ho avuto anche l’occasione di curare un’introduzione alle Memorie di Adriano con Alessandro Preziosi a Villa Adriana, a Tivoli.
Credo che la cultura non vada soltanto difesa a parole: bisogna farla, continuare a proporla e trovare occasioni per raccontarla.
La televisione generalista è piena di cronaca, cronaca nera, gossip e discussioni che spesso si alimentano intorno agli stessi argomenti. È giusto che ci sia anche uno spazio per l’informazione culturale. Non dovrebbe essere qualcosa da difendere ogni volta, ma un elemento che diamo per scontato, perché fa parte dei compiti del servizio pubblico.
Qual è il tuo sogno per il futuro di Caffè Italia? Greta Mauro mi ha detto che le piacerebbe diventasse un appuntamento quotidiano.
Ti avrei risposto la stessa cosa! Andando in onda una volta alla settimana, per circa 45 minuti, è inevitabile che il pubblico debba venire a cercare il programma e imparare ad affezionarsi.
Gli spazi dedicati alla cultura e alla curiosità hanno bisogno di essere scoperti. Sarebbe bello poterli portare nelle case delle persone ogni giorno, con una striscia quotidiana che permetta di raccontare più storie e affrontare più argomenti. Sì, è un sogno condiviso. Mi piacerebbe davvero che Caffè Italia diventasse quotidiano.
Ti faccio un’ultima domanda, più personale. Ricordi che cosa ti sei regalato con il tuo primo stipendio o con i primi guadagni di questo mestiere?
Mi sono regalato la possibilità di lasciare la periferia e andare a vivere in una zona più centrale di Roma. Sono cresciuto a Orvieto, con una mamma romana e un papà dei Castelli, ma Roma è sempre stata la mia città. Quando sono arrivato, frequentavo Lettere e andavo a Cinecittà. Il mio primo vero desiderio è stato quello di vivere a Roma e di poterla sentire davvero mia.
Non ho mai dato molta importanza ai soldi e non sono mai stato uno che compra automobili o oggetti per il gusto di possederli. Il regalo è stato proprio quello: scegliere dove vivere e avere la possibilità di stare nella città che amavo.

