Greta Mauro: “Sogno un Caffè Italia quotidiano. Non bisogna farsi mangiare dal lavoro. La famiglia è al centro di tutto”

Greta Mauro

Greta Mauro è uno dei volti di Caffè Italia, il programma di Rai 3 dedicato all’attualità culturale, tra libri, cinema, arte e teatro. Al suo fianco c’è Pino Strabioli, con cui condivide un percorso professionale che affonda le radici in una conoscenza di lunga data. Il risultato è una trasmissione che punta a raccontare la cultura con un linguaggio accessibile, senza rinunciare alla profondità dei contenuti.

Intervista a Greta mauro, conduttrice di Caffè Italia in onda su Rai 3

Abbiamo incontrato Greta Mauro per parlare della sfida di portare la cultura in televisione, del lavoro di squadra che si nasconde dietro ogni puntata e delle esperienze che hanno contribuito a costruire il suo percorso professionale. Con lei abbiamo affrontato anche temi personali, dal valore della famiglia alla necessità di non lasciare che il lavoro occupi ogni spazio della vita.

Greta, è partito su Rai 3 Caffè Italia, un programma che mette al centro cultura, arte, cinema e libri. In un panorama televisivo spesso dominato da ritmi veloci e intrattenimento, qual è la sfida più importante di una trasmissione che invita invece a fermarsi, ascoltare e riflettere?

La sfida è riuscire a raccontare la cultura con leggerezza, senza che questo significhi essere superficiali. Bisogna trovare il modo di parlare anche di argomenti più complessi, rendendoli comprensibili e interessanti per il grande pubblico. Credo sia necessario proporre questo tipo di televisione, perché esiste un pubblico che desidera conoscere, ascoltare e approfondire. Naturalmente, è altrettanto giusto che ci siano programmi di intrattenimento leggero, che possono essere bellissimi e utilissimi a loro modo.

Cosa vorresti che il pubblico portasse con sé dopo aver visto una puntata di Caffè Italia?

La cosa più bella sarebbe riuscire a incuriosire le persone. Caffè Italia si è trasformato in un programma di attualità culturale e mi piacerebbe che, dopo averci seguito, qualcuno decidesse di andare a vedere una mostra di cui abbiamo parlato, di andare a teatro per assistere a uno spettacolo o di leggere un libro dopo aver ascoltato il racconto di un autore. È questo che cerchiamo di fare e che vorremmo lasciare al pubblico.

Accanto a te c’è Pino Strabioli, che conosci da molti anni. Cosa ti ha colpito maggiormente del vostro incontro professionale e come riuscite a dare un’identità alla trasmissione?

Pino è simpaticissimo e lo conosco da tanto tempo. Credo di aver lavorato con lui per la prima volta circa quindici anni fa. Ci era già capitato di condividere esperienze diverse, dal teatro alla presentazione di eventi, fino alla televisione. Poi ci siamo ritrovati a condurre insieme un programma.

Quando ci sono due conduttori, costruire un’identità comune non è sempre facile. Credo che la differenza la facciano il rispetto reciproco e la capacità di mantenere ognuno la propria identità, senza cercare di invadere lo spazio dell’altro o di copiarlo. Siamo molto diversi, abbiamo registri e storie differenti, ma condividiamo gli stessi valori. Penso che questo arrivi anche al pubblico.

Quanto lavoro c’è dietro la preparazione di una puntata? Da dove nascono le idee e come si costruisce il filo conduttore di ogni appuntamento?

C’è una redazione e vorrei approfittare di questa domanda per ringraziare tutto il gruppo di lavoro. Noi ci mettiamo la faccia, ma dietro c’è tanta gente che lavora con costanza e passione. Essendo un programma di attualità culturale, dobbiamo seguire continuamente quello che succede.

Ci sono gli autori, la redazione e la produzione. Facciamo riunioni due o tre volte alla settimana, ma ci sentiamo costantemente. Ognuno può avere un’idea dopo aver letto un articolo, incontrato una persona o scoperto un libro e la propone al gruppo. Durante le riunioni mettiamo insieme le diverse proposte e ragioniamo su come costruire la puntata.

È un lavoro corale, di squadra. Naturalmente bisogna fare delle scelte, perché in Italia succedono talmente tante cose nel mondo della cultura che sarebbe impossibile raccontarle tutte. Selezioniamo gli argomenti cercando un filo rosso che leghi i diversi contenuti.

Nella tua carriera hai lavorato in programmi come Annozero, Atlantide, Virus e Matrix. Qual è stata l’esperienza che ha segnato maggiormente la tua crescita professionale?

In realtà, da ognuno di questi programmi porto con me un pezzetto di quello che sono diventata. Ogni volta che ne conduco uno nuovo aggiungo un mattone al mio percorso, quindi non saprei indicare una sola svolta.

Se devo individuare un passaggio importante, direi Atlantide su La7, perché è lì che sono passata dietro le quinte, dove mi occupavo di scrivere, davanti alla telecamera. Anche le esperienze successive, soprattutto quelle degli ultimi anni in Rai, sono state fondamentali.

Penso a La Biblioteca dei Sentimenti, a Unomattina News e agli impegni estivi in diretta. Sono state tutte opportunità importanti, che hanno contribuito a costruire il mio percorso e continuano a farlo. Mi hanno aiutata a trovare maggiore sicurezza e serenità, sia professionalmente sia personalmente.

C’è un ambito televisivo nel quale ti piacerebbe cimentarti e che non hai ancora esplorato?

Se ci penso, ho avuto la fortuna di fare davvero tante cose. Ho lavorato con la Gialappa’s Band, ho partecipato a talk politici a Mediaset e in Rai, ho raccontato la storia con Atlantide, mi sono occupata di cultura e di informazione. Ho avuto la possibilità di attraversare mondi televisivi molto diversi.

Amo molto l’intrattenimento culturale. Sono convinta che parlare di cultura in televisione sia importante e necessario, ma anche che si possa farlo in maniera semplice e coinvolgente, se si trova il linguaggio giusto.

Mi piacerebbe continuare su questa strada e, chissà, magari riuscire a trasformare Caffè Italia in un programma quotidiano. Un appuntamento giornaliero permetterebbe di abbracciare molti più argomenti e di raggiungere un pubblico ancora più ampio, diventando anche più popolare.

Il programma va in onda su Rai 3, una rete con un pubblico molto affezionato. Quanto incide questo aspetto sul vostro modo di raccontare la cultura?

Sicuramente esiste un pubblico affezionato a Rai 3. Chi accende la televisione e sceglie Caffè Italia cerca un determinato tipo di prodotto e di programmazione. Allo stesso tempo, però, il pubblico cambia e si evolve. Oggi ci sono le piattaforme e la possibilità di rivedere il programma su RaiPlay. Una persona può incuriosirsi per un argomento e decidere di recuperare una puntata, anche se normalmente non guarda Rai 3. Esistono tante possibilità per seguire un contenuto televisivo e questo amplia le occasioni di incontro con gli spettatori.

In passato hai sottolineato l’importanza di non essere bulimici di lavoro e di sapersi fermare. Quanto è importante per te mantenere un equilibrio tra carriera e vita privata?

Negli ultimi anni, in realtà, non sono mai stata lontana dalla conduzione. Ogni anno ho condotto programmi in inverno e in estate, quindi ho lavorato molto. Ho due figli e una famiglia a cui tengo moltissimo e con cui voglio trascorrere il mio tempo. La mia vita è fatta di tante cose: il lavoro, le passioni e soprattutto la famiglia, che è al centro di tutto.

Ho sempre cercato di non farmi sopraffare dalla professione, perché è un mestiere che mette continuamente al centro noi stessi e, se non si presta attenzione, anche il nostro ego. Quando si vive in una famiglia e in una comunità di persone di cui ci si deve prendere cura, bisogna stare attenti a non lasciare che il lavoro finisca per occupare ogni spazio.

Sono tre estati che lavoro e non riesco a trascorrere l’estate con i miei figli. Per me è stata una grande fatica e non è stato facile neppure per loro. A volte bisogna fare sacrifici e rinunce, spiegandone anche le ragioni. Durante l’inverno, però, cerco di dedicarmi completamente a loro e rinuncio ad altre cose. Non metto al centro la carriera, gli impegni o le occasioni professionali. Faccio il mio lavoro, ma poi c’è la mia vita privata, che è molto, molto privata.

Con Caffè Italia raccontate il nostro Paese attraverso le sue storie culturali. Quale Italia vorresti contribuire a portare sullo schermo?

Vorrei raccontare un’Italia che si interessa, che legge e che ha voglia di evolversi. Un’Italia bella. Sono stufa di raccontare le persone soltanto attraverso gli aspetti negativi o i loro errori. Non mi piace pensare che le persone siano necessariamente mediocri.

Credo che ci siano tante persone curiose che magari non hanno avuto la possibilità di studiare, di frequentare determinati ambienti o di conoscere certi mondi. Attraverso la televisione e il servizio pubblico abbiamo il dovere di parlare anche a loro, non soltanto a chi ha una laurea, ha letto determinati libri o possiede una grande biblioteca in casa.

Ricordo un episodio che mi è rimasto impresso ai tempi de La Biblioteca dei Sentimenti. Una signora mi disse che era andata a comprare Siddharta perché ne avevamo parlato in trasmissione e le era venuta voglia di leggerlo. Per me quello è un goal. Significa aver acceso una curiosità e aver spinto qualcuno a fare qualcosa che altrimenti forse non avrebbe fatto.

La cultura in televisione deve trovare nuovi linguaggi per conquistare il pubblico oppure è il sistema televisivo a doverle restituire più spazio?

Credo che in televisione ci sia già tanta cultura e che la divulgazione funzioni anche grazie alla presenza di tanti divulgatori. Certamente bisogna continuare a trovare nuovi linguaggi, perché il mondo cambia velocemente e quello della comunicazione corre ancora di più. È necessario adattarsi, cercare nuove forme di racconto e capire come raggiungere le persone. Non possiamo pensare di comunicare sempre nello stesso modo.

Si parla molto di intelligenza artificiale. Come dovrebbe rapportarsi a questa novità chi lavora nel mondo della televisione e della comunicazione?

Dobbiamo adeguarci ai tempi. Non possiamo ragionare esclusivamente guardando al passato: il passato va conosciuto e studiato, ma bisogna anche guardare avanti e imparare a conoscere gli strumenti nuovi.

Se non lo facciamo, rischiamo di ritrovarci davanti a qualcosa che non sappiamo gestire. Quando invece conosciamo queste tecnologie, le studiamo e impariamo a utilizzarle senza farci sopraffare, possiamo affrontarle con maggiore consapevolezza. È un passaggio necessario, non possiamo evitarlo.

Guardando al futuro, che cosa ti auguri per Caffè Italia e per le prossime stagioni?

Te l’ho detto: mi piacerebbe che diventasse un programma quotidiano e che crescesse sempre di più, fino ad arrivare a questo obiettivo.