Paola Turci racconta “Amore a dismisura”: «Oggi mi sento più libera, ho imparato a perdonarmi» – Intervista

PAOLA TURCI

Dopo sette anni dall’ultimo album, Paola Turci torna con Amore a dismisura, un disco nato dopo un lungo periodo di silenzio, cambiamenti e nuove consapevolezze. Un progetto che non segue una narrazione unica, ma raccoglie storie, domande e frammenti di vita maturati nel tempo. Nell’intervista a noi di SuperGuidaTV, la cantautrice racconta la genesi dell’album e il momento particolare della sua vita in cui è nato: dalla solitudine che ha accompagnato la scrittura alla riscoperta della propria città e della propria casa, fino alla voglia di tornare sul palco con due appuntamenti a Milano e Roma.

Intervista a Paola Turci

Paola Turci parla anche del suo rapporto con la libertà e con il pubblico, degli errori e della necessità di imparare a perdonarsi, della canzone Miss scritta da Francesco Bianconi sul femminicidio e del suo modo di vivere la musica. Non manca una riflessione sul cambiamento della scena musicale italiana e sull’esposizione mediatica: «Mi dà fastidio che le persone possano pensare che essere sui giornali per il gossip sia una cosa voluta». Un’intervista sincera in cui Paola Turci si racconta attraverso le parole del nuovo album: una donna che osserva, sperimenta, rischia, cade, sbaglia e continua a farsi domande.

Paola Turci, bentornata su SuperGuidaTV. Siamo qui per il tuo nuovo album, Amore a dismisura. In che momento arriva questo disco nella tua carriera e, soprattutto, cosa hai voglia di raccontare?

Amore a dismisura è l’ennesimo disco che pubblico dopo tanti anni dall’inizio della mia carriera, e arriva a sette anni dall’ultimo album. Questi sono i numeri più significativi. È un disco su cui ho riflettuto, questo sicuramente, ma non avevo intenzione di scriverlo in questi anni. Evidentemente non ero pronta. Ho attraversato un periodo lungo di silenzio, di pausa e di cambiamento. Poi tutto questo cammino, fatto di tante esperienze, mi ha portato a cambiare città, a ritornare nella mia città, a ritrovare la mia casa e, di conseguenza, a tirar fuori un disco e delle storie.

Le canzoni non fanno parte di una storia unica: non è un disco concettuale e non c’è una narrazione dall’inizio alla fine. Però sono canzoni che si ascoltano dalla prima alla decima e che sono nate durante giornate di solitudine, in cui non potevo fare altro che scrivere. È stato un flusso continuo durato circa uno o due mesi. Poi ho cominciato a perfezionarlo ed è nato così. Amore a dismisura non racchiude soltanto l’amore: come dice la parola stessa, sconfina verso qualcosa che non si chiama più amore e che non viene necessariamente definito così.

Sembra un album che ha molto a che fare con la libertà di essere se stessi. Quanto è cambiato negli anni il tuo rapporto con l’idea di dover essere in un certo modo davanti al pubblico?

Cambia di volta in volta, anche perché ci sono periodi in cui il pubblico non ce l’ho davanti. Sono anni che, per esempio, non vado in tour con una band. Poi ho avuto il mio pubblico quando mi sono presentata con voce e chitarra, ma in questi ultimi anni ho sempre suonato da sola, voce e chitarra. E sono sempre incontri felici quelli che faccio con il mio pubblico. Non parlo soltanto del pubblico ravvicinato: fino alla pandemia, ogni anno organizzavo il raduno del fan club, quindi avevo sempre questi rapporti annuali con il mio pubblico. Sono sempre stati incontri molto piacevoli, fatti di chiacchiere, domande e risposte. Adesso è tanto che non mi capita di avere il mio pubblico davanti, ma succederà con queste due date a Milano e a Roma, a novembre e dicembre.

A proposito delle due date: cosa deve aspettarsi il pubblico che verrà a vederti?

Credo che si aspetterà quella cantante che conosce, mentre chi non mi conosce vuole semplicemente venirmi ad ascoltare. A loro dico che il mio concerto sarà un concerto suonato, cantato e anche raccontato. Sarà allegro. Mi piace sempre di più comunicare con il pubblico, comunicare divertendomi o anche raccontando, e poi cantare, cantare insieme.

Sto pensando di inserire nella scaletta anche canzoni non mie, perché questi ultimi due anni li ho passati sempre sul palco con Gino Castaldo. Abbiamo raccontato e io ho cantato i cantautori durante il primo anno e le grandi donne interpreti italiane, quelle che hanno fatto la storia, nel secondo anno, con La rivoluzione delle donne. Quindi probabilmente porterò qualcosa anche da quelle esperienze.

Quarant’anni di carriera nella musica italiana. Oggi ti senti più libera rispetto agli inizi? E, se sì, libera da cosa?

Sicuramente mi sento più libera di esprimermi. Però ero io, non era qualcun altro a limitarmi: ero io a limitarmi perché ero più giudicante verso me stessa. Oggi non è che parlo o cerco di parlare a sproposito, però mi perdono se magari penso e dico qualcosa che è una stupidaggine, qualcosa che non ha l’altezza che vorrei. Poi, cos’è la libertà? Io mi sento al mio posto, abbastanza realizzata e appagata. Mi manca quello che sto per andare a fare, e questo sì, in questo momento. Però questo vuol dire anche vivere il presente e, alla fine, sto bene perché vivo il presente.

Certo, mi può mancare qualcosa, ma se penso a quello che succederà, prima o poi avverrà quello che desidero: essere sul palco e andare avanti. Mi piacerebbe molto anche che, almeno una volta, il pubblico ascoltasse questo disco. Vorrei che si facesse un’idea di quello che sono e di quello che scrivo. Questo è un disco che ho scritto quasi interamente io, con qualche eccezione. C’è una canzone di Bianconi, per esempio, scritta interamente da lui, che parla del femminicidio. Doveva essere scritta necessariamente da lui perché io ci ho provato, ma sarebbe uscita troppa rabbia, anche troppo rancore, e non mi sarebbe piaciuto.

Lui, invece, l’ha raccontata come Pasolini può raccontare un suo film: in un modo cinematografico, ma molto diretto e coinvolgente. Quando l’ho ascoltata la prima volta, ricordo che quella sensazione è stata davvero struggente.

Che cosa cerchi in una canzone per farla tua, per farla diventare tua?

Nelle canzoni che scrivo non sto cercando, perché semmai la ricerca può avvenire prima. Lì c’è soltanto questo flusso che arriva, evidentemente, di ciò che ho incamerato negli anni. Quando ascolto una canzone non mia, come è successo con Miss di Bianconi, e non mi aspettavo che raccontasse di un femminicidio, mi aspetto che le immagini mi tocchino, mi colpiscano, che la storia mi induca a pensare e a immaginare. Si accendono i sensi. Si accende la vista, si accende l’udito, il suono, le sonorità rispetto al canto e alla melodia. Poi ci sono aspetti un po’ più tecnici, ma a me piace molto quando una canzone, quando quella storia, mi fa vedere delle immagini.

Il mondo della musica è molto cambiato negli ultimi anni. Come lo vedi oggi?

Lo vedo accresciuto numericamente. Ci sono tantissimi cantanti, donne, uomini, ragazzi, ragazze, ragazzini e ragazzine. Poi c’è la musica intesa come canzoni che ci vengono date, che secondo me sono un po’ svuotate di senso. Hanno altri pregi: la musica si muove verso la direzione delle sonorità, del ballo, del movimento. Per me, invece, la musica italiana non è mai stata questo. È sempre stata musica d’autore ed è la musica che mi è sempre piaciuta di più ascoltare da più punti di vista.

Nel brano “Vita Mia” canti: “Mi presento adesso, sono io e sono vera”. Chi è Paola Turci oggi?

È una persona che riparte, che è ripartita. Sono in ripartenza, perché mi sono fermata per un bel po’ di tempo. Ho fatto delle esperienze, alcune belle, alcune brutte, alcune sbagliate. Però è quello che dice un po’ quella frase: sono vera, ma sono anche in ripartenza, come se fosse una nuova stagione. Ho capito che ognuno di noi vive nuove stagioni, attraverso rinascite e ripartenze, ma senza la necessità di chiudere con il passato, con le esperienze e, di conseguenza, con gli errori.

Perché chi non fa errori è quasi un automa, non è normale. Chi non ha avuto un problema o un dramma nella propria vita è una persona che non ha neanche osato, non ha rischiato. Io sono una che ha rischiato, che rischia, che osa. Non con spudoratezza, ma con una certa sobrietà e una certa riservatezza. Anche se a volte non è facile mantenere la sobrietà e la riservatezza, perché viviamo in un mondo in cui c’è bisogno di raccontare tutto a tutti, sia il privato sia il pubblico.

Cerco di vivere la mia vita come una persona che ha voglia di scoprire, sperimentare e curiosare. Lo dice anche questo disco, lo racconta anche il modo in cui è stato realizzato. Mi sono lasciata andare nello scrivere questo disco. Non ho pensato o ragionato troppo su certi temi, su quello che volevo raccontare: è venuto da sé. Sono pezzi di me, sicuramente. Sono pezzi della storia di una persona che guarda, osserva, annusa, osa, rischia, cade, sbaglia e si domanda. Questo disco viene da tante domande che mi sono fatta.

Parlavi proprio del raccontarsi, del dover esporre pubblico e privato. Quanto ti dà fastidio l’esposizione mediatica, quando non è legata alla musica?

Non lo nego, mi dà fastidio. Più che altro mi infastidisce pensare che persone che magari potrebbero essere potenziali amiche, persone simpatiche, persone che potrei salutare per strada anche se non le conosco, possano pensare che essere sui giornali, soprattutto per il gossip, sia una cosa voluta. Questa è forse la cosa che più mi tocca. Forse è una stupidaggine, non lo so, però mi dispiace che la gente si faccia questa idea e abbia un’opinione distorta rispetto a quella che è la realtà.

Un’opinione distorta e superficiale?

Sì, è un’opinione distorta, ma è un’opinione superficiale che non si sofferma. Nessuno chiede alle persone di soffermarsi, certamente, soprattutto a chi sceglie di leggere quelle cose. Io, per esempio, scelgo di non leggerle. A parte quelle che mi riguardano personalmente, perché voglio sapere di cosa parlano, non compro quei giornali e non li seguo. Se c’è una notizia che riguarda qualcun altro, se è gossip, non la leggo. Anche se non mi vede nessuno, potrei farlo, ma non lo faccio per rispetto e per principio.

Mi piace pensare che ci siano persone come me, che la pensano allo stesso modo: “Ok, non la leggo per principio”, perché penso che le persone di cui stanno parlando, quelle che magari si stanno separando, non abbiano scelto di raccontarlo pubblicamente, non abbiano deciso di farsi vedere mentre litigavano o cose del genere. Anche quando persone che litigano per strada vengono fotografate, io lo trovo un po’, non dico scorretto, ma ingiusto.

Non dico scorretto perché quello è un lavoro: il lavoro dei paparazzi, il lavoro del gossip. È un mestiere e nutre tanta gente. Però, alla fine, lo so che è una parola terribile, ma chi è sui giornali in fondo è un po’ una vittima. È vittima del gossip, non è il responsabile. Poi ci sono quelli che distorcono e ci sono persone dello spettacolo, del mondo delle cosiddette very important person, che chiamano i paparazzi, che vogliono essere su quei giornali. Però bisogna fare un distinguo, bisogna distinguere. Bisognerebbe riconoscerli.

Prima parlavi di errori. C’è un brano, “Lo stesso errore”. Mi racconti come è nato e qual è questo stesso errore?

Lo stesso errore nasce sempre da una domanda. Come ti ho detto, è un disco che si fa delle domande. Nasce dalla domanda: perché si commettono continuamente errori e perché, a volte, si rifanno gli stessi errori? Noi rispettiamo sicuramente l’adagio “errare è umano, perseverare è diabolico”, ma a volte ricadiamo nello stesso sbaglio. Io mi sono creata molti sensi di colpa per questo e l’unica risposta che riesco a dare è perdonare, perdonarsi, perdonarmi per quello che succede. A volte non sappiamo chi abbiamo vicino. Quelle due immagini metaforiche del ritornello e del finale, quando dico “io tremo e tu mi chiedi se so volare”, rappresentano un po’ la presa di coscienza che non si capisce e non si conosce davvero la persona che si ha accanto. Non la si conosce abbastanza. Per questo si commettono molti errori, a volte continuamente.