Oceania, un remake fotocopia del cult animato – Recensione

Oceania

Gli effetti speciali sempre più avanzati, coadiuvati ora da quell’IA che diventa più imperante in ogni ambito – cinema in primis – stanno contribuendo alla realizzazione di remake su remake, pronti ad aggiornare prototipi consolidati con tecnologie ed estetiche rinnovate. Disney lo sa bene e ha ormai da tempo cominciato a monetizzare in tal campo producendo versioni live-action dei suoi classici animati, non soltanto quelli più datati ma anche opere recenti.

Questo è il caso di Oceania – in originale Moana, difficilmente trasportabile pari pari in italiano per ovvi motivi – che a dieci anni dall’originale ha visto uscire nei cinema il suo relativo adattamento in carne, ossa e muscoli. E che muscoli, se a interpretare il semidio Maui è di nuovo Dwayne Johnson, che allora prestava unicamente le vesti di doppiatore e qui invece mette in mostra i pettorali scolpiti per condividere il set con la giovanissima Catherine Laga’aia, al suo esordio assoluto su grande schermo.

Oceania: come prima, uguale a prima – recensione

La storia è la medesima e non è cambiata di un millimetro, ricreata quasi shot-to-shot nel corso delle sfiorate due ore di visione. Vaiana – il nome della protagonista nella versione nostrana – è la figlia del capo villaggio Tui e vive sulla ridente isola di Motunui, dove il suo popolo ha sempre rispettato il divieto di oltrepassare la barriera corallina. La ragazza fin da quando è piccola però un richiamo irresistibile verso l’oceano, che diventerà ancora più forte quando le risorse provenienti dal mare cominciano progressivamente a esaurirsi.

La nonna Tala, custode della memoria degli antenati, intuisce come sia destinata a qualcosa di più grande e la incoraggia a seguire l’istinto e realizzare il suo desiderio. Vaiana dovrà mettersi sulle tracce del semidio Maui, che anni prima aveva rubato il cuore di Te Fiti – dea primordiale della Natura e della Vita: una pietra dotata del potere della creazione. Ma una volta rintracciato Maui, convincerlo ad accompagnarla in quell’improba missione non sarà per nulla semplice.

Una storia già vista

Come vi abbiamo accennato in apertura, ci troviamo davanti ad una sorta di operazione fotocopia, che ripropone pressoché integralmente trama, personaggi, canzoni, gag e principali bivi narrativi. Chi ha già visto il cartone, difficilmente troverà qualcosa di originale in Oceania 2026, con la formula esattamente identica che però non ha replicato uguale fortuna al botteghino.

Il regista Thomas Kail, al debutto in un lungometraggio dopo aver firmato episodi televisivi nonché il successo teatrale di Hamilton, sembra aver ricevuto la direttiva dai piani alti di modificare il meno possibile. Il risultato è un’operazione dignitosa ma artisticamente inutile, un live-action che usa una quantità strabordante di effetti digitali per riportare in vita ciò che prima era stato affidato all’animazione in computer grafica; computer grafica che aveva già raccontato con maggiore libertà, colore e fantasia la scatenata avventura alla base del racconto.

Cosa ancor più grave è che siano in ogni caso gli effetti digitali a dettar legge anche nel live-action, che di fatto si trasforma in una sorta di animazione depotenziata dove si muovono degli attori reali: un risultato straniante e quasi paradossale, date le premesse di partenza.

Conclusioni finali

Canzoni, paesaggi, scene d’azione e svolte narrative: tutto nel nuovo Oceania è identico alla sua versione del 2016, trasposto in live-action con il “ritornante” Dwayne Johnson e la giovane e fresca Catherine Laga’aia a vestire i panni dei protagonisti. E proprio la discreta chimica tra i due è il pregio maggiore di un’opera non necessaria, una fotocopia che aggiorna un titolo recente amato da grandi e piccini.

Chi arriva già col ricordo del prototipo troverà ben poche sorprese, con il senso stesso dell’avventura che viene meno quando ogni passaggio è telefonato e riciclato in egual misura. I nuovi spettatori possono invece trovare uno scorrevole intrattenimento a tema, colorato e divertente, ma in ogni caso inferiore all’opera da cui deriva, che aveva maggior senso nella sua forma d’origine.