Spider-Man: Brand New Day, un supereroe in cerca di se stesso – Recensione

Spider-Man: Brand New Day

Quattro anni possono bastare per cambiare completamente un individuo, soprattutto se il suo nome è Peter Parker, conosciuto da tutti gli appassionati di fumetti come l’Amichevole Uomo Ragno di Quartiere. E in questa nuova interazione dell’MCU finalmente diventa quell’eroe popolare che da sempre i fumetti ci raccontano, stando in mezzo alla gente e diventandone una sorta di idolo nella lotta contro la criminalità. Spidey è New York, New York è Spidey, come ci ricorda anche la carrellata di immagini finali rappresentanti la Grande Mela.

Dopo aver sacrificato ogni legame con la propria vita privata per proteggere il mondo, scelto di essere dimenticato anche dalle persone che più ama, a cominciare dalla sua anima gemella MJ, il protagonista di Spider-Man: Brand New Day deve vedersela ora con un nuovo, misterioso, nemico. Un nemico che trasmuta di corpo in corpo, possedendo persone comuni pur di arrivare a ottenere i propri enigmatici scopi. Un parallelismo chiave quello dell’identità, come vedremo a breve nell’esposizione della sinossi di questo nuovo cinecomic, che ha fatto sfracelli al botteghino worldwide soltanto pochi mesi fa.

Spider-Man: il potere del ragno – recensione

Chi ha visto Spider-Man: No Way Home (2021) saprà bene quale scelta dolorosa ha dovuto fare il Nostro, con nessuno che ricordi chi si nasconda dietro la maschera, nemmeno l’amata MJ e il suo migliore amico Ned Leeds. Per lui ora conta soltanto la lotta al crimine, tanto che anche la stessa polizia mantiene un filo diretto con lui – pur ignorandone le generalità – tramite una risoluta detective che lo contatta telefonicamente. Peter vive da solo – la morte di zia May è ancora un lutto doloroso da digerire – dorme poco e trascorre gran parte del tempo osservando a distanza coloro che un tempo gli erano più vicini.

A complicare ulteriormente la situazione compare una minaccia di origine sconosciuta, capace di entrare nella mente delle persone e di trasferire la propria coscienza di corpo in corpo. Questa presenza è sulle tracce di un qualcosa chiamato “V-Max”, apparentemente collegato al Department of Damage Control, l’agenzia incaricata di gestire le minacce superumane. Peter si ritroverà coinvolto in prima persona nelle indagini, ritrovandosi durante il percorso a unire le forze con Bruce “Hulk” Banner e Frank Castle, alias Il Punitore, in quella che diventa una missione sempre più carica di incognite, che gli permetterà di fare i conti col suo recente passato.

In cerca di risposte

Inizialmente Spider-Man: Brand New Day sembra guardare più che mai ai fumetti, con questo Uomo Ragno che sembra davvero solo, e non soltanto metaforicamente. Non ha più il mentore Tony Stark, o Doctor Strange o il suo grande amore: è semplicemente un ragazzo, ormai giovane uomo, che sa che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e cerca di usarli per fare la cosa giusta. In più comincia a notare un sostanziale mutamento del DNA che lo porta a momenti di furia incontrollata, una trasformazione da tenere d’occhio per evitare di diventare lui stesso ciò che combatte.

E qui il film di Destin Daniel Cretton – che ne arrivava da un altro tassello del MCU, ovvero il sottovalutato Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (2021) – gioca le sue carte migliori, sublimate poi in quelle fasi finali dove il protagonista deve finalmente trovare la giusta sintesi tra l’individuo e il supereroe. Il problema principale è che la sceneggiatura non ha sempre il coraggio di seguire questa strada, forzata anche da logiche future sui prossimi capitoli del franchise a inserire elementi propedeutici all’Universo Marvel a venire.

Non vi sveleremo chi si nasconde dietro i panni del misterioso/a villain – anche se probabilmente sarete già incappati in qualche spoiler – ma anche la gestione stesso delle “spalle” è alquanto gratuita, dal Bruce Banner il cui Hulk finisce forzatamente fuori controllo a un Frank Castle che appare una sorta di involontaria caricatura rispetto a quanto visto, soltanto pochi mesi fa, nel violentissimo speciale televisivo The Punisher: One Last Kill (2026).

Gli ottimi effetti speciali e le avvincenti coreografie d’azione, che funzionano soprattutto quando non si affidano esclusivamente al digitale – vedasi la parte in stile “wuxia” nella lotta contro i guerrieri ninja della Mano – offrono comunque un solido intrattenimento a tema, più riuscito almeno a livello narrativo del diretto predecessore e con una componente emotiva da non sottovalutare, anche se ancora non privo di qualche imperfezione.

Conclusioni finali

Essere Peter Parker o l’Uomo Ragno? La sola risposta possibile è semplicemente entrambi, in un film che ci restituisce un supereroe ad altezza d’uomo, immerso tra la sua gente, che ne ignora l’identità ma lo trasforma in un simbolo, così come i fumetti ci hanno insegnato da tempo. Da un lato è forse il miglior film sul personaggio del nuovo corso MCU, dall’altro si porta ancora qualche peso narrativo dovuto alle scelte di un franchise in continua evoluzione, con collegamenti diretti e figure secondarie – anche di peso – non sempre sfruttate nel migliore dei modi.

Tom Holland è ormai un tutt’uno con Spider-Man e il suo legame anche nella vita reale con Zendaya riempie le scene tra i due di genuina alchimia, aumentando il carico emozionale di una storia che vive su ricordi smarriti e fiducie da recuperare, non prima di aver ritrovato se stessi in una lotta non tanto contro villain che poi villain forse non sono, ma contro i propri demoni.